Sono 6.850 le aziende del settore agroalimentare – piccole, medie e grandi – che vogliamo prendere come primo universo culturale di riferimento, tante le Aziende che ruotano attorno a Federalimentare, la più significativa rappresentanza di questo largo settore.

Rappresentanza che ha in pancia trasformatori e/o produttori di materie – vegetali ed animali -destinate ad essere ingerite non solo da noi ma anche da chi – come un pesce od un pollo – poi rientra nella nostra catena alimentare o da chi per fortuna non ci rientra come cani e gatti.

E questo è un aspetto che, sotto il profilo della visione sostenibile,  ha un peso equiparabile al consumo umano poichè a livello di quantitativi, filiera di fornitura, gestione della materie prime e processo produttivo i produttori di mangimi trasformano le stesse materie prima animali o vegetali che siano.

Qualche numero: 137 miliardi di fatturato – prima filiera economica italiana – che trasforma il 75% di materie prime made in italy ed esporta quasi 32 miliardi di prodtotto.

Un numero – ma molto meno lusinghiero – è 58, ‘tante’ sono le aziende in questo settore che producono un bilancio di sostenibilità.

Al di là degli obblighi per le pochissime quotate di grandi dimensioni tra le aziende censite molte sono PMI che hanno ben pensato di raccontare in modo dettagliato il loro posizionamento su temi come ogm, bio, benessere animale, catena di fornitura.

Quelle quotate sotto i 500 dipendenti in particolare Bioera, Centrale del latte d’Italia, Enervit, Massimo Zanetti Beverage e Valsoia, non avendo l’obbligo, si sono astenute dal produrre il documento o perlomeno noi non siamo riusciti a trovarlo.

Nella nostra analisi abbiamo voluto inserire come secondo universo culturale di riferimento le imprese della distribuzione moderna (le catene di supermercati) le cui politiche di sostenibilità impattano eccome in questo ambito.

Pur essendo formalmente classificate ‘commercio’ non risultano meno esenti dalle responsabilità socio-ambientali: scelta dei prodotti da distribuire, gestione delle loro gastronomie, consumi energetici e non ultima la proposta ‘white label’ che come sappiamo è il prodotto realizzato da società terza che concede il rebranding da parte altri per farlo apparire come manufatto proprio.

Qui abbiamo 14 realtà – tutte grandissime – che hanno la dichiarazione non finanziaria.

Federdistribuzione ne è la rappresentanza (salvo le Coop che fanno gruppo a sé) e su  23 loro associati che rientrano nel parametro ‘agroalimetare’ di cui sopra sono 11 brand che producono il bilancio.

C’è anche da dire che Federdistribuzione è fortemente, e da tempo, impegnata a sensibilizzare la propria base, dal 2012 redige un bilancio di sostenibilità di settore a onor del vero uno dei primi, se non il primo, nel suo genere e meglio realizzati.